sabato, ottobre 29, 2011

ARoma d'Oriente (6)

Ci sono ancora molte cose che è possibile fare, molte che si potrebbero raccontare. L'idea di passare dalla sponda europea a quella asiatica, per esempio. Avrei dovuto farlo ieri, ma non me la sono sentita, anche per affaticamento. Torno a Beyoglu, la mattina presto Istiklal Caddesi è una via quasi normale, cuore pulsante della Istanbul moderna insieme a piazza Taksim. Finalmente posso vederla un po' meglio. Passeggiando vedo la chiesa di S. Antonio da Padova, edificio costruito dall'architetto Giulio Mongeri, in questa zona ci sono almeno due o tre opere sue.

Così, dopo tante moschee, entro pure in una chiesa cristiana, che non sia diventata museo (come Santa Sofia o S. Salvatore in Chora) per i suoi mosaici bizantini. Me ne vado subito, è un luogo - ai miei occhi - "normale". Come nel giorno precedente, giro qua e là quasi senza meta. Mi avvicino alla Palazzina Dolmabahce, poi entro nella Kilic Ali Pascià Camii. L'ultima moschea del mio viaggio, se siete da quelle parti passateci perché vale la pena. Dopo pranzo andrò di nuovo verso il Gran Bazaar, ma non è un luogo che mi impressiona particolarmente.

Nell'ultima serata assisto anche ad una scena improvvisa, dalle parti di Kuçuk Ayasofyia. Un matrimonio. E' una festa vera: l'autista che viene a prendere la sposa; prima di scendere si suona e si canta. Una volta che sono tutti in automobile, seguiti da un corteo di invitati, l'autista lancia dal finestrino fogliettini di carta che sembrano inviti. Li hanno raccolti alcuni bambini. Chissà, forse nel rito è prevista la partecipazione di qualche "invitato casuale".

Si è fatta ora di cena e quasi quasi a fine pasto mi fumo il narghilè. E' l'ultima serata. Il locale è un angolo di pace, solitario e rilassante. Per mangiare lo sconsiglio. Non che si mangi male, ma è tutto preparato: il riso cotto al forno a microonde... insomma, una mezza specie di piccolo McDonald dove si mangia turco. Però per il fumo ed il çay è davvero un bel posto. Sembra proprio di essere dentro una casa turca.

Il giorno dopo c'è tempo solo per la colazione ed una breve passeggiata. E' ora di partire. Ho trovato traffico e caos dappertutto. Appena arrivato mi ha impressionato la quantità di navi (e petroliere) che solcano il mar di Marmara; durante la permanenza ho avuto a che fare con il caos cittadino: turisti, turisti, persone del luogo, tram pieni (tranne la mattina presto), caos di automobili e clacson... Il viaggio finisce con il traffico sui cieli. La partenza dell'aereo ritarda di un'ora e 20: viene data precedenza prima ad altri aerei in fase di decollo, poi, dopo alcune manovre di rullaggio, ad altri che stanno per atterrare. Nella mia mente appare nitida l'immagine del semaforo che divide la Pontina dalla via Cristoforo Colombo.

martedì, ottobre 18, 2011

ARoma d'Oriente (5)

Stamattina, contrariamente a ieri, mi alzo senza avere neanche una bozza di programma in testa. So che voglio vedere i mosaici di San Salvatore in Chora; so che vorrei tornare al Gran Bazaar oppure a Beyoglu perché le mie precedenti incursioni sono state frettolose. Istiklal Caddesi, in pratica, non l'ho ancora vista. Da quando sono partito da Roma, però, ho un po' di raffreddore. Nei giorni scorsi ho sorseggiato sempre tè caldo alla fine di ogni pasto. E' sempre stato piacevole, anche grazie al bicchiere ricurvo in cui ti servono la bevanda, bollente. Tutto sommato non mi sento malissimo, anche se qualche volta ho preso aria. Ieri mi sono stancato ma ho anche riposato. Ora sono solo indeciso.

Faccio colazione nella terrazza vista mare, come al solito. Rientro in camera e guardo l'orologio. Saranno le 08.30. Bene. Allora stamattina andrò a S. Salvatore. La guida routard consiglia di andare presto, e in più il luogo è un po' distante dal centro storico. Sarà bene muoversi.

Prendo il Tram a Sultanahmet (Divanyolu Caddesi) e scendo a Yusufpascià, dove c'è un cavalcavia pedonale e le indicazioni per la stazione metro Aksaray, poco distante. Prendo anche la Metro e scendo a Topkapi-Ulubatli. Sono a ridosso delle mura costantiniane, e la mia mappa da routard è un po' meno dettagliata. In ogni caso me la cavo: leggendo la carta della stazione e chiedendo, prendo un altro tram e scendo a Edirnekapi, appena fuori le mura. Alla mia destra c'è un cimitero islamico che per grandezza mi ricorda un po' il Verano. Passo sotto l'arco, il museo è poco distante secondo la mappa. Chiaramente mi perdo qualche minuto nei vicoletti del quartiere, appena abbandonato il bulivari che lo taglia in due e porta verso il centro.

Appena arrivo (pochi minuti) un sospiro e un'emozione. Ci sono. Il posto mi piace, e molto. E' un'altra faccia di Istanbul, in cui il turismo sembra completamente assente, fino a quando non arrivi davanti alla piazza del museo. Lì vedi quasi solo viaggiatori, ma vale veramente la pena di arrivarci. Entri e la vecchia chiesa bizantina è circondata da un giardino interno, con una terrazza che dà su un parco. Già è bello così. Dentro inizio a vedere gli affreschi. E' pieno di visitatori armati di macchinetta fotografica, ma è meno affollato della Moschea Blu. In piazza c'è qualcuno che mangia o compra oggettini, forse sono già stati dentro. E' un trionfo di mosaici, i più belli che abbia visto. Bellisimo gioco di luci ed ombre creato dai colori dorati. Gran bel posto, di nuovo: vale la pena.

Per il pranzo decido di tornare verso il centro. Mangio un tavuk kebap con baklava e çay come dessert, poi torno in albergo per decidere cosa fare nel pomeriggio. L'idea è riposarsi pochi minuti e poi riprendere... Alla fine farò un'oretta di sonno sul letto. Comincio a sentirmi un po' "tonto" e affaticato, anche se ogni volta che vedo il manifesto dei dervisci nel mio cervello rimbomba il suono di cavigliere del katakhali. Soffro l'umidità, e la macchinetta fa sentire il suo peso sulla schiena. Comunque, riprendo il cammino ma risparmio un po' le energie. A Beyoglu, dall'altra parte del ponte di Galata, ci tonerò domattina. E' meglio.

giovedì, ottobre 13, 2011

ARoma d'Oriente (4)

La mattina successiva mi preparo e consulto la mappa per decidere cosa fare. Ho una bozza di programma in mente. Partire da Eminonu per vedere la moschea di Rustem Pascià. Di lì andare verso la moschea di Solimano e passare per Beyazit oppure il Gran Bazaar, poi si vedrà. E' così che faccio, sull'idea della bozza. La moschea di Rustem Pascià è ben nascosta, e ci si arriva passando attraverso il bazaar egiziano.

Subito scatta il confronto con il Marocco. Nella medina di Meknès c'erano sia il mercato, il suq, che la moschea, la medersa (scuola coranica) etc. Ricordo chiaramente un 50 metri di spazio libero tra l'ultimo mercante e il viale che porta alla moschea, a Meknès. In questo quartiere, invece, mentre si salgono le scale per entrare nel cortile di Rustem Pascià, dalle finestre con le grate si vedono le scarpe, gli occhiali, le spezie. Ancora qualche passo e il mercato sarebbe letteralmente entrato nel cortile del tempio. E' rimasto appena fuori dal recinto.

La cosa è ancora più strana, pensando al fatto che la moschea e il suo cortile rappresentano un isolotto di pace in mezzo al quotidiano viavai e agli odori che provengono dai vicoletti che la circondano. E' un bel silenzio ed è irreale la collocazione, segno forse della "giusta distanza", sia pure ravvicinata. Dentro il tempio alcune delle decorazioni tra le più raffinate che abbia visto, di un blu che la moschea universalmente nota con questo nome non riesce neanche immaginare. Un blu ancora più intenso di quello che avevo già visto nella Sokullu Mehmet Pascià Camii, poco distante dal mio albergo.

E' all'ingresso di Rustem Pascià che fotografo i miei piedi scalzi vicino alle scarpe. Sarà la sesta (?) volta che entro in una moschea e così mi andava di ricordarlo.

Riprendo il mio cammino diretto verso la moschea di Solimano, ma mi ritrovo invece a piazza Beyazit. Poco male: la piazza è bella, poco distante c'è l'ingresso dell'università ed il Gran Bazaar. Così faccio un rapido giro da quelle parti e poi mi dirigo dove volevo andare all'inizio: non è molta la distanza. Credo che sia la moschea più grande di Istanbul, quella di Solimano. In un quartiere - Fatih - che mi sembra più "turco" (e quindi "vero") degli altri che ho visto finora. Mi concedo un pasto in un luogo che era classificato come chic ad un prezzo onesto. Il posto meritava davvero, era una delle dépendances del sultano da quelle parti. Il pasto che mangio ha un sapore molto delicato che va benissimo a rompere l'aroma delle spezie di cui sentivo ancora il retrogusto nel palato.

Ricomincia la camminata, torno a piazza Beyazit e dintorni per approfondire un po'. Tra Ordu Caddesi, il Gran Bazaar e quella piazza si concentra uno dei nuclei più movimentati della città: studenti, turisti (soprattutto dentro il bazaar), gente del posto. E' un quartiere pulsante e caotico, ma mi piace molto: nel complesso si respira un'atmosfera "autentica" e non artefatta ad uso esclusivo dei viaggiatori. A fine giornata, tornare verso l'albergo è semplice: il tram ferma proprio su Ordu Caddesi, vicino a Piazza Beyazit. Oggi ho percorso il giro che mi è piaciuto di più.

mercoledì, ottobre 12, 2011

ARoma d'Oriente (3)

La piazza di Sultanahmet, con tutto il caos, sarà per me sempre un punto di riferimento. Nasconde angoli dove ci si può rilassare, mentre si osservano i minareti cambiare colori. Certo, magari appena pensi di stare tranquillo un poco arriva un signore turco con cui imbastisci una conversazione in inglese, e poi scopri che vuole venderti tappeti. Ce ne sono di tutti i tipi: di quelli cordiali che appena hai detto "no" se ne vanno e si comportano in modo educato, e di quelli insistenti e invadenti, che bisogna trattarli un po' bruscamente sennò ti seguono mentre cammini. Finita la mattinata con le tre cose principali di questa piazza, decido di fare un salto verso la stazione e passare il ponte di Galata.

Subito mi colpiscono il numero spropositato di barche e traghetti sul molo di Eminonu, le voci di chi ripete "Bosphorus, bosphorus..." cercando turisti per la traversata, i chioschi che vendono giornali, Akbil (carte per i mezzi pubblici di trasporto), acqua etc., ma soprattutto i pescatori. Uomini, soprattutto, armati di lenza, uno in fila all'altro. Vicino al ponte, sul ponte stesso... Mentre sul Mar di Marmara passa di tutto e l'odore non è proprio quello del pesce fresco. O forse sì.

Penso a qualcosa come la pesca sul fiume Tevere, non la immagino così diversa. Solo, un po' più caotica, affollata e chiassosa, ma siamo pur sempre a Istanbul, non in una città che al confronto pare piccola e provinciale, come Roma.

Attraverso il ponte e cerco di addentrarmi, prima passando verso la torre di Galata e poi per cercare Istiklal Caddesi di cui parla tanto la mia guida routard. Cammino senza consultare troppo la mappa, così mi trovo lungo un viale largo, un bulivari turco che porterà a Piazza Taksim ma che mi sembra piuttosto lungo da percorrere, ed è in salita. Se non altro, si gode un bel panorama: si vede persino l'acquedotto di Valente da lontano. Poco dopo decido di fermarmi per mangiare in un piccolo locale. Un buon pasto con acqua e çay (tè) finale per 5YTL, davvero ottimo. Quattro chiacchiere con il padrone vestito con un camice giallo e rosso. appena sa che sono italiano comincia ad elencare nomi di giocatori: Totti, Buffon, LucaToni... Io chiaramente rispondo con Hakan Sukur. Il tè sarà una costante dei miei fine pasto.

A piazza Taksim ci arriverò in bus, ho l'Akbil pronto e carico, perciò viaggerò un bel po' prima di doverci mettere altri soldi dentro. Torno a Eminonu che si sta facendo sera, do' un'occhiata e cerco la moschea di Rustem Pascià dalle parti del Bazaar Egiziano, ma non ho voglia di girare ancora molto per vicoli e vicoletti, perdermi e trovare poi la moschea. Il peso della reflex comincia a farsi sentire sulla schiena.

Così decido di tornare verso il Sultanahmet, mi fermo nei pressi del Topkapi dove scopro, letteralmente, il parco di Gulhane. Un bell'angolo di paradiso alberato in pieno centro, fuori dal caos. Il luogo giusto per il relax prima di tornare verso l'albergo. Ottimo anche perché non ho mai incontrato nessuno che volesse vendermi qualcosa, in questo parco. Ci tornerò, quasi con cadenza quotidiana.

martedì, ottobre 11, 2011

ARoma d'Oriente (2)

In questo viaggio ho un'idea di massima delle cose che voglio fare. Quelle immancabili: Sultanahmet Camii, la moschea Blu, Santa Sofia, Yerebatan Sarnici, San Salvatore in Chora. Le altre idee sono possibili, secondarie, eventuali. Alcune ce l'ho proprio a portata di mano. Il Topkapi decido di evitarlo, non mi attrae. Il Gran Bazaar (Kapali çarsi) lo andrò a vedere di sicuro, poi si vedrà. Il primo giorno intero è giocoforza dedicato alla piazza di Sultanahmet. Si comincia alle nove con la moschea.

Che dire? La sua struttura elegante e leggera, la sua posizione felice la rendono un punto di riferimento sicuro. Da ogni angolazione sembra quasi che la moschea non aspetti altro che il click della macchina fotografica. Sono abbastanza sicuro di aver fatto la maggior parte delle foto a questo edificio: nei dettagli, negli scorci, di giono, al tramonto, di notte. A Roma, in gergo, si userebbe un'espressione colorita: "bella su tutte le r(u)òte". Sultanahmet Camii mi resterà impressa per questo: offre sempre il meglio di sé. Fuori, ma anche dentro, dove oltre alle maioliche blu ci sono dei rossi da non sottovalutare. Ci sono moschee più blu di quella che così è comunemente conosciuta, ma tant'è: atteniamoci alle guide europee...

Meno fortunata la consorella e dirimpettaia Santa Sofia, palinsesto dove si sovrappongono e si sottraggono a vicenda il bizantino e l'arabo, la chiesa e la moschea, mischiandosi in unico caleidoscopio per nulla contraddittorio, ora adibito a museo. Ayasofia (o Haghia Sophia, o Santa Sofia) è meno fortunata: tra crolli della cupola e contrafforti e rinforzi è rimasta un po' sfigurata all'esterno. Intendiamoci: l'edificio è integro e possente, ma non può vantare le forme leggere ed eleganti della dirimpettaia. Di fronte ai colori del sole che tramonta il confronto è improbo. La moschea blu batte Ayasofia tre a zero netto.

Nel museo, dicevo, convivono facilmente le scritte in arabo, il mihrab (la nicchia orientata verso La Mecca), il minbar (il pulpito musulmano) e i mosaici bizantini che raffigurano Cristo Pantocratore o San Giovanni. Effetto straniante, se si pensa che in una moschea non ci sono icone, e se si pensa al fatto che ad un certo punto della conquista ottomana è scattata l'iconoclastia. Istanbul è anche questo: è romana-bizantina ed è ottomana e turca. E' uno dei suoi punti di forza.

Terza tappa Yerebatan Sarnici, la cisterna-basilica: nel buio filtra una luce fioca, si riflette nell'acqua e passa attraverso le tante colonne come a cercare una via di fuga, mentre pescioni rossi nuotano ignari in questa specie di sottobosco creato dall'ingegneria tardo-romana molto affascinante, da cui si fatica ad uscire per l'atmosfera rilassante.

Fuori, infatti, è vivo il caos dei turisti che sono in fila per entrare, o che scattano le foto all'obelisco di Teodosio, mentre venditori di tappeti o di guide cercano di accaparrare il cliente, e mentre uomini su carretto propongono pannocchie calde o castagne o ciambelle al sesamo o acqua... E' un caos tutto sommato familiare, ma nei momenti di stanchezza saprò trovare degli angoli dove rifugiarmi.
ARoma d'Oriente (1)

Era una meta che sognavo da tempo, un viaggio che per almeno un paio d'anni ho rimandato. Nei progetti ci andavo in compagnia, nella realtà sono arrivato da solo: non ne potevo più di rimandare. La meta è Istanbul, questa volta. Prenoto l'aereo con largo anticipo, molto più di quanto non sia abituato. Per questo mi beccherò le polemiche famigliari di mia madre e mia sorella, sulla falsariga del ritornello "se succede qualcosa...?". Rispondo: "Se succede qualcosa, nel peggiore dei casi, ho perso i soldi del biglietto dell'aereo, ma di fronte a qualcosa di grave questo è il male minore".

E' così che il viaggio nasce sotto una stella di malumore: covavo delle ansie dovute al sogno cullato nel tempo e al ritornello "se succede qualcosa?" che a ridosso della partenza si è riproposto nella mia mente come i peperoni, grazie anche ad un inizio di raffreddore. Comunque, mi dicevo, pensiamo al meglio ed a goderci la vacanza.

Il mio amico Fabrizio mi fa un grande favore e mi accompagna all'aeroporto di Fiumicino. Grazie al check-in on line ho la carta d'imbarco già pronta e ho approntato il bagaglio in modo da poterlo portare in mano. Dovrebbe pesare attorno agli 8 kg, ma non sarà il peso il problema. Ai controlli mi fermano, parlandomi in inglese. Alla domanda "Do you speak English?" rispondo sicuro: "also Italian, if you want". Ogni viaggio ha le sue prime volte. In fase di partenza, era la prima volta che partivo con le lenti a contatto, e la prima volta della macchinetta reflex digitale.

Nel bagaglio c'era una borsetta con chiusura a velcro in cui c'erano la soluzione per le lenti, il portalenti e gli occhiali. I controlli hanno visto un contenitore di liquido e il vigilante, appurato che parlo italiano, me ne parla come se si trattasse di un bottiglione di shampoo. La prima cosa che mi viene in mente è il deodorante... Poi, parlando, mi viene in mente il liquido per le lenti. In effetti è una boccia da oltre 200ml, e nel bagaglio a mano il massimo consentito è 100. Però, siccome non lo sapevi, e siccome qualche volta si fa un'eccezione per le lenti... (il vigilante ci pensa)... anche stavolta facciamo l'eccezione. Per maggiore scrupolo il vigilante mi fa versare un po' di liquido sulla mano.

Sospiro di sollievo: evitata la spedizione del bagaglio, e avvertito per le prossime volte. Il volo d'andata è liscio e puntuale, ma chissà perché nella mia mente immagino che il volo di ritorno sarà più travagliato. In ogni caso si mangia benissimo dentro l'aereo della Turkish.

Finalmente arrivo a destinazione quando c'è ancora il sole. Prendo il taxi e pago in euro, quei pochi che ho portato da casa, ricevendo in resto 10 lire turche. Controllo il resto attraverso il convertitore configurato sul mio cellulare (altra prima volta). Il taxista mi lascia nei pressi della piazza di Sultanahmet e decido di raggiungere l'albergo a piedi, non è distante. Guardo la mappa e c'è già un ragazzo che si offre di accompagnarmi all'albergo. Rifiuto la gentile offerta, faccio capire che la strada la trovo da me.

In effetti il Serenity Hotel è davvero vicino, molto più di quanto pensassi. Mi danno una camera con vista su detersivi e lenzuola, ma poco importa. Passerò lì solo il tempo per dormire. E poi la camera è ben attrezzata e pulita: asciugamani incartati in un cellophane sigillato, phon da viaggio nel bagno, pulitissimo.

Poso il bagaglio, prendo la Canon e faccio subito il primo giro attorno a Sultanahmet, così vedo pure il primo tramonto. Faccio le prime foto alla Moschea Blu e mi si affaccia un altro venditore, ha delle guide in mano. Me ne porge una per farmela vedere. Ho la guida in mano. Insisto nel dire: "Non m'interessa" e cose del genere; per tutta risposta il ragazzo comincia ad abbassare il prezzo. Ad un certo punto gli dico che ho solo lire turche in tasca. Finirà che ci accorderemo per 10 YTL (Lire turche) e tornerò a casa con la guida.

Successivamente scendo alla stazione e cambio gli ultimi euro che sono rimasti in tasca. Ora ho davvero solo YTL in tasca. Ma domani farò sicuramente un prelievo. Gli sportelli automatici sono molti: ci sono addiruttura dei "chioschi" che ospitano quattro o più sportelli uno a fianco all'altro. Istanbul è pur sempre una metropoli da 12 e più milioni d'abitanti.

lunedì, maggio 24, 2010

Volare nel deserto /8


Il momento culminante del viaggio è ormai passato, e la stanchezza si fa sentire per tutti. Aggiungiamo a questo il lungo spostamento, che vedrà come tappa finale Marrakech. Le tappe principali di oggi sono Ouarzazate e Ait Benhaddou. Quest'ultimo sito è un vero spettacolo, poco distante dalla Hollywood del deserto. E' incastrata su una collina e quasi nascosta. Non poteva mancare, come a Volubilis, un nido di cicogna su una delle torri.

Il posto è ben tenuto e davvero vale la pena di vederlo e sostare, non senza prima aver fatto almeno una decina di fotografie. In breve si riprende il viaggio. Passando per l'Alto Atlante ci fermiamo altre due volte, dentro il bus ci sorprende un temporale e riusciamo anche a vedere l'arcobaleno, oltre alla neve sulle cime più alte. La strada è molto tortuosa e riocomincia lo sballottamento, con l'ennesima arancia che va a svegliare una sonnolenta Fruttolo.

Nei tratti non duri del percorso quasi tutti sonnecchiano, c'è un silenzio quasi surreale, interrotto dalle soste o dalla sorpresa per il cambio di panorama.

La sera arrivamo a Marrakech, e alla piazza Jamaa el Fna è come giocare a rugby. Hanno già montato le bancarelle dove si può mangiare e mangeremo in una di quelle, ma tutti ti braccano, ed è difficilissimo riuscire a muovere un passo senza essere fermati, a volte da due persone. Il compito è ancora più difficile ed ingrato per il coordinatore. La piazza è popolata anche di "artisti di strada", incantatori di serpenti, personaggi buffi che suonano con un gallo vivo in testa, etcetera.

Marrakech è caotica, sfrecciano motorini nei vicoletti, rischiando di travolgere i passanti. Vanno e vengono facchini con i carretti a portare i bagagli nei riad. Il giorno dopo rimaniamo in questa città per vederla con una luce diversa. Siamo liberi di girare, anche perché l'indomani l'aeroporto di Casablanca ci attende la mattina presto.

E' così che si va in ordine sparso: chi perdendosi nel suk alla ricerca delle ultime chincaglierie da riportare a casa, chi a vedere i siti interessanti della città. Io ed una buona parte del gruppo decidiamo di seguire il coordinatore, verso le concerie che si trovano piuttosto distanti dal centro. Un berbero ci guida fino a lì, ma poi quando usciamo ci perdiamo altre due/tre volte, non senza farci scappare un'estemporanea partita di calcio sullo stile di Marrakech Express.

Il viaggio finisce con il tramonto sulla piazza Jamaa el Fna, vista da una terrazza: il posto da dove si può godere la vista migliore, senza essere disturbati dal caos. Si vede la piazza che cambia di luce e colore, e quasi quasi anche questo posto che finora non ho apprezzato molto diventa affascinante. Certo, peccato che non riesca a vedere la moschea di Hassan II a Casablanca, ma è andata così e va benissimo. Le immagini rimaste nella mente sono tantissime, ed è avvenuto tutto in poco tempo.

In aereo, vista anche la levataccia, sarà un continuo susseguirsi di dormiveglia, interrotto solo dalla colazione. La malinconia di fine viaggio lascerà presto spazio ai ricordi, mentre sul taccuino resterà solo l'inchiostro del primo giorno. Ogni ricostruzione non può che essere parziale, ed è così che solo più tardi, rimettendo in ordine i pensieri, le immagini e gli odori, ricomincio a volare cercando di tradurre le immagini e le sensazioni in parole. (fine)

domenica, maggio 23, 2010

Volare nel deserto /7

La giornata nel deserto è stata molto intensa: il sole che cala, il tramonto, il pasto, la luna piena, il cibo, le danze, i canti. E alla fine la notte nelle tende berbere. Come spesso avviene sono il primo ad alzarmi, per esigenze fisiologiche. La seconda volta che mi alzo sta per spuntare l'alba. Graziano ed il Mauri, fuori dalla tenda si accorgono che mi sto vestendo. A loro indico senza parlare il cielo che si sta schiarendo. Due minuti e tutti e tre siamo pronti per assistere ad un altro spettacolo emozionante, l'alba nel deserto. Con il passare dei minuti si alzano tutti, ma io Graziano e Maurizio abbiamo visto davvero tutte le fasi...

Pochi minuti dopo che il sole si è alzato è già ora di salire sul dromedario, lo stesso che il giorno prima era svogliato. Io sono sensibilmente più rilassato, e anche il dromedario mi sembra più tranquillo. Quasi quasi faccio amicizia e lo saluto per un prossimo incontro. La carovana scorre liscia e durante il trasporto mi arriva un altro sms.

A Merzouga recuperiamo e rassettiamo rapidamente i bagagli. Ripreso il bus visitiamo la kasbah-museo di Moulay Idriss con Joussef e poi ci fermiamo per un pasto, giusto il tempo di beccare una (per fortuna brevissima) tempesta di sabbia. Ripongo in fretta la mia macchinetta fotografica.

Ricomincia il viaggio in bus con i suoi riti, la stanchezza che comincia a farsi sentire, le bottiglie e le arance che sembrano essersi prese un attimo di pausa. Arriviamo così alle Gole del Todrà dove rimarremo poco più di dieci minuti. Sarebbero un luogo molto bello se non fosse infestato dal turismo. Oltre ad alberghi e ristoranti quasi ad ogni passo, stanno cementando la strada che passa sotto gli speroni, e a destra e a sinistra venditori di tappeti e di ogni chincaglieria possibile. Di comune accordo, visto anche l'affollamento, decidiamo che non vale la pena soffermarsi su questo posto, che un tempo doveva essere mozzafiato.

Ci avviamo così verso le gole del Dades dove pernotteremo. Un altro posto incredibile, roba da Arizona o Colorado. Ci arriviamo una sera e appena entrati in albergo ci sarà un bel temporale. Davvero questo viaggio non ci sta risparmiando niente. Per il resto sono molto stanco, e comincio a sentire la malinconia per la fine del viaggio che si avvicina. Sarò tra i primi ad andare a dormire, e stavolta farò tutta una tirata fino all'orario di appuntamento, le 7.30 della mattina successiva. E' forse la prima ed unica notte che dormo per intero. (continua)

sabato, maggio 22, 2010

Volare nel deserto /6
Tutto cambia in questo viaggio. A volte i cambiamenti sono radicali ed avvengono in modo repentino, eppure lo spazio ed il tempo di questa settimana sembrano dilatati. E' da qualche giorno che siamo in giro ma sembra sia passato molto più tempo. Siamo passati in breve dal caos dei suk dove passano carri e somari in continuazione a luoghi incredibili e semi-desertici come le Gole del Ziz. Sembra di stare in Colorado, con questi speroni di roccia molto alti e un corso d'acqua molto in basso.

Nel frattempo continua la mia personalissima girandola di compagni di stanza. Ho iniziato con Fashion, continuo con Graziano ed il Mauri, proseguirò in altra compagnia ancora. Mi gira così, ed ammetto di nutrire una simpatia particolare per qualcuno...

La guida del giorno, Joussef, ci spiega cos'è una Kasbah e cosa uno Ksar, ci fermiamo a vedere una Kasbah e uno Ksar abbandonato nelle gole, verso metà mattinata raggiungiamo l'Oasi di Meskhì. Considerando il panorama che avevavo visto fino al momento, e quello che vedremo dopo, è un vero paradiso terrestre.

Nel regno dove il sole picchia senza possibilità di riparo già la mattina presto, un luogo dove scorre acqua, crescono rigogliose le palme e la vegetazione è florida, un luogo dove si vedono le rane e le donne che lavano i panni al fiume è l'ennesima sorpresa di questo incredibile tour. Ma il piatto forte della giornata ci aspetta per la sera ed è il deserto: Erg Chebbi, Merzouga.

Arriviamo a Merzouga nel tardo pomeriggio con il sole ancora alto. Depositiamo i nostri bagagli nella stanza di un alberghetto, e poi subito saliamo sul dorso del dromedario. Non ho difficoltà ad ammettere di essere particolarmente teso, e i miei compagni di viaggio se ne sono immediatamente accorti. Però resto convinto del fatto che il mio dromedario sia stato improvvisamente (e legittimamente) colpito dalla più classica delle botte di pigrizia.

Sbuffava, faceva versi... Certo, il cammelliere l'ha convinto ad alzarzi da terra e portarmi in groppa con lo zaino alle spalle... Però mi sembrava proprio non avesse voglia. Sbuffava spesso e continuava a far versi, e in più infilava il muso nel posteriore sporco del suo compare davanti, e poi magari si avvicinava al polpaccio del coordinatore, minacciando di pulirsi sui suoi pantaloni.

Intanto mi arriva pure un sms!! I miei compagni mi vedono insicuro sopra il dromedario, e affermano a più riprese che sono storto e rischio di cadere. Io mi tengo saldo sull'appoggio e non ho questa sensazione, ma poi con un bello strattone mi rimetto dritto, a detta di tutti. Cinque minuti dopo mi trovo a cavalcare "all'amazzone" con il tappeto che fa da sella in mano, direttamente a pelo di animale!! La scena suscita l'ilarità di tutto il gruppo.

Poco tempo ancora e siamo arrivati all'accampamento di tende berbere. Siamo in mezzo alle dune che cambiano colore anche nell'arco della stessa porzione di giornata. Le sensazioni sono molto belle, anche se c'è un gruppo di persone, la luna piena a nascondere il tappeto di stelle, i touareg che cantano e suonano i loro bonghi dopo l'ottima cena ed il "whisky berbero" (ovviamente stiamo parlando del tè alla menta), le danzatrici improvvisate (ma neanche tanto) ed un inatteso trenino iniziato dagli uomini blu. L'atmosfera è davvero magica, unica, forse irripetibile.

E' casuale che nel bel mezzo del cantare tutti insieme mi venga in mente "Nel blu dipinto di blu", con la presunzione che possano cantarla davvero tutti. Pensandoci a posteriori: quale immagine migliore di "Volare", nel deserto? (continua)

venerdì, maggio 21, 2010

Volare nel deserto /5

Dopo Fes il viaggio è caratterizzato da spostamenti anche lunghi, soste panoramiche con foto, pernottamenti in luoghi incredibili, in alcuni casi degni de "Le Mille e una notte". Nei lunghi spostamenti il tempo si passa in vari modi: conversando, osservando i panorami che cambiano nel giro di pochi chilometri, ma anche cantando, come nelle migliori gite scolastiche adolescenziali.

D'altra parte l'alternativa è ascoltare la musica del buon Rachid, il nostro autista. C'è il CD di Ismael Lo che è universalmente apprezzato e diventerà la colonna sonora del viaggio, ma c'è anche una musica tambureggiante che dopo 5 minuti diventa fastidiosa. E' durante uno di quegli intermezzi che parte il coro dei viaggiatori seduti sul retro. Io, Susanna e Carla. Canticchiamo di tutto: io - per non farmi mancare nulla - faccio anche l'imitazione di Carmen Consoli... Mi viene spontaneo, è più forte di me.

Nel frattempo continuano ad esserci scossoni con bottiglie che partono dal fondo ed arrivano al primo posto, o cadono minacciando la testa di Silvia (ormai soprannominata Fruttolo per la quantità di arance cadute in testa).

Il viaggio da Fes è lungo e per lungo tempo si viaggia praticamente nel nulla. La valle dei cedri è molto bella, e fotografo anche dei macachi che avevano puntato alla mia busta con le arance. Poi ci si dirige verso le gole del ziz e ci si concede una sosta panoramica-fotografica in uno dei laghi che si vedono nel percorso... Non credevo di vederne così tanti, in Marocco.

Il lungo trasferimento ci riserva la sorpresa del pernottamento, con Rachid che gioca ad allungare la distanza dalla nostra destinazione. Si tratta di un alberghetto fatto a Kasbah nel bel mezzo delle gole del ziz. E tutta la terrazza è nostra. Molto bello, molto romantico, ottima la cena. D'altra parte in Marocco mangiano bene, anche se la tajine migliore (una kaftà alle uova, speziata ma davvero molto buona) l'ho mangiata a Fes. Domani ci aspetta la notte nel deserto: c'è un po' di tensione: il pensiero del dromedario mi fa dormire poco... Non sono mai andato neanche a cavallo e con gli animali sono un po' freddo, quando non ho paura. Ma sarà sicuramente una bella esperienza. (continua)

mercoledì, maggio 19, 2010

Volare nel deserto /4

La mattina dopo vediamo Fes e la sua Medina, che è una vera città nella città. E' un'esplosione di colori ma soprattutto di odori, e sono convinto che anche un raffreddato potrebbe riconoscere chiaramente le differenze: colla di falegnameria, menta, cacca di asino... di tutto, di più. Le concerie, poi, sono un girone dantesco agghiacciante. La guida di oggi, Loukiri, chiama spesso "Marco" perché ieri un omonimo era il ritardatario di un altro gruppo. Anche il nostro Marco si difende bene, tuttavia, almeno per oggi, di tanto in tanto si farà trovare in prima fila. Nel corso della mattinata chiamerà anche Antonella e Graziano, il coordinatore. Il suk è un luogo dove matematicamente, se non c'è la guida, ci si perde. Soprattutto a Fes. Ci sono artigiani e mercanzie di ogni tipo, si vede nettamente la differenza tra la parte "ricca" del suk (più curata e pulita) e quella povera.

Il tempo a disposizione non ci consente di vedere la ceramica, rinomata, mentre visitiamo la farmacia, così come un altro venditore di tappeti e sorseggiamo un immancabile tè alla menta. A Fes, nella cena precedente, abbiamo bevuto il miglior tè del viaggio, credo. A Meknès, tra le altre cose, avevamo visto come funziona la tecnica del "damaschinato".

Terminato il lungo viaggio nella medina della città colta del Marocco, comincia un lungo trasferimento in bus con il valzer delle arance e delle bottiglie d'acqua. La strada è asfaltata, ma ci sono dei punti sconnessi e con curve. Nei ripiani del bus quasi tutti hanno riposto una busta con acqua e qualche vivanda. Nel mio caso avevo puntato sulla frutta, le arance acquistate a Moulay Idriss. Negli scossoni capita che volino le arance come se fossero palle da tennis: una di queste riesco a fermarla prima che impatti la testa di Claudia (detta Fashion2), in altre occasioni i frutti colpiscono il cranio di Silvia che magari stava sonnecchiando. E' la seconda giornata di arance che volano, e dopo questa esperienza chiuderò le buste in modo che il contenuto non esca. Tuttavia il valzer delle arance (e delle bottiglie, piene o vuote) in volo sarà una delle costanti degli spostamenti in bus. (continua)

lunedì, maggio 17, 2010

Volare nel deserto /3

Imparare l'arabo è un casino della madonna, perché normalmente si scrive da destra a sinistra, ma i numeri si scrivono da sinistra a destra. Sono le testuali parole di Abdel, la guida che ci porta in giro per Meknès. E' all'interno della medersa, la scuola coranica, che quest'uomo dal fare spigliato e dalla buona dizione italiana se ne esce con l'espressione gergale che non ti aspetti.

Il viaggio è appena iniziato, giusto il tempo di conoscere alcuni dei compagni di viaggio, fare fotografie al panorama e poco altro. Dopo la notte passata in camera con Fashion (il soprannome dato ad una delle nostre compagne di viaggio) la mattina passa in giro per il suk, che inizia a regalare odori e colori di ogni genere. Io non ho perso le abitudini di viaggio: mi sveglio sempre ad orari antelucani, anche se cerco di non disturbare i miei compagni di viaggio. Cerco di sfruttare l'ora per scrivere due note sul taccuino, e in effetti qualche cosa riesco a spuntarlo.

Tuttavia il ritmo della giornata è davvero intenso, praticamente dopo mezzogiorno partiamo alla volta di Moulay Idriss e Volubilis, e per cena saremo già a Fes. Nel frattempo la guida ci averà fatto visitare quello che resta delle scuderie di Idriss, un forno da cui asaggeremo dell'ottimo pane croccante... Per la prima volta, oltre a visitare siti e luoghi, andiamo anche a vedere un po' come si vive "da dentro". Con molta semplicità, soprattutto all'interno della Medina dove i vicoli stretti non consentono l'accesso a mezzi motorizzati (rarissimo vedere un motorino, e in ogni caso si vedono dei "ciao" locali), tanto che alla fine il mezzo di trasporto più usato, a parte il carro trainato dall'uomo, è il somaro. (continua)

domenica, maggio 16, 2010

Volare nel deserto /2

Il 25 aprile è una giornata di sole in una primavera che avanzando si è fatta capricciosa. Giornata di ricorrenze che ormai sembrano aver perso il loro significato fondativo, e giornata di occasionali scampate fuori porta, dove prevale l'odore della carne alla brace e le canzoni alla chitarra. Avevo deciso di andare in viaggio, preferibilmente fuori dall'Europa, ed una serie di circostanze mi porta a scegliere la settimana che lega il 25/4 al primo maggio come periodo. Mi prende un colpo quando leggo che tre gruppi di 15 persone ciascuno partono per la stessa meta nello stesso periodo: troppo caos, si rischia di snaturare il viaggio. Comunque per me è un'esperienza nuova. Abituato a fare il viaggiatore/viandante solitario, con tutta la retorica che accompagna quest'immagine, condividerò il mio primo viaggio fuori dal continente con persone ora sconosciute, ma che in otto giorni possono diventare familiari. Certo, devo fare i conti con la mia proverbiale freddezza, ma per quello c'è tempo: almeno fino al 2 maggio, giorno del rientro.

Così tra le undici e mezzogiorno incontro il primo gruppo, passiamo rapidamente il check-in, ci concediamo un pasto frugale al duty-free e poi s'imbarca tutti su un velivolo della Royal Air Maroc, partenza prevista alle 12.30. Contro ogni nostra previsione ci servono il pranzo durante il volo, e già per questo e per i volti sorridenti questi marocchini mi sono simpatici. L'interno del velivolo è decorato come se fosse una moschea: chissà che qualche volta non capiti l'ora della preghiera durante qualche volo, e ci si rivolga con fiducia a La Mecca dopo aver ascoltato il Muezzin gridare "Allah akbar".

Il pranzo al duty-free ed il volo sono le occasioni giuste per le prime conversazioni. Lungo i corridoi il primo argomento di conversazione sono i rispettivi viaggi, e qui salta fuori (lo sapevo!) il mio conto in sospeso con la capitale d'Oriente, Istanbul. Due delle mie compagne di viaggio ci sono state di recente, e ne sono rimaste incantate. Esprimo tutto il mio disappunto perché volevo andar lì, ma ora le circostanze mi portano in Marocco e non sarà certo un "viaggio minore", lo so già dall'inizio.

Dopo due ore di volo circa atterriamo a Casablanca. Penso: finalmente arrivo in un posto che è ancora giorno! Neanche il tempo di pensarlo. Appena sbarcati c'incontriamo con il gruppo che parte da Milano: saliamo tutti in bus e ci dirigiamo subito a Meknès. Tra una cosa e l'altra (cambio delle monete, etc.) arriveremo lì che è già notte. Così, anche questa volta la tradizione è rispettata, nonostante tutti i pronostici sfavorevoli. (continua)
Volare nel deserto /1

Penso che un giorno* così non ritorni mai più, mi dipingevo la faccia e le mani di blu. Poi d'improvviso venivo dal vento rapito, e cominciavo a volare nel cielo infinito

Certe volte le canzoni che ti vengono in mente in un dato istante sono quelle che - non volendo - descrivono meglio il clima, il contesto, l'atmosfera che si sta vivendo. E' così che succede in un momento culminante: in mezzo al deserto, di notte, con i berberi che hanno appena terminato di suonare i loro ritmi ai bonghi. Gli uomini blu eredi dei Tuareg acclamano e chiedono a gran voce una canzone italiana. Nel gruppo tutti sanno che mi piace cantare, d'altronde quale passatempo migliore dentro il bus quando ci si deve spostare per oltre 400 km? Senza contare che ho trovato delle coriste eccezionali. Dunque, i berberi acclamano chiedendo una canzone italiana, e tutti guardano me, e anche i berberi sembrano chiedere a me questa esibizione sotto la luna piena e tra le dune di sabbia.

Ci penso il tempo necessario, quanto basta per immaginare che "Volare" la conoscano davvero in tutto il mondo. Ed è così che, in una notte di primavera, ci siamo ritrovati a volare nel deserto, nel blu dipinti del blu della notte. (continua)

lunedì, marzo 23, 2009

Catalunya no es Espana!

La mia mente si nutre d'illusioni destinate a durare lo spazio d'un mattino. E' come se ne avesse bisogno. E' una sensazione sospesa tra la voglia di cambiare, la curiosità e la consapevolezza che fino ad oggi i giorni si sono susseguiti senza una vera visione del futuro. In fin dei conti, passare poco più che un fine settimana a Barcellona fa parte di questa sensazione. C'è tempo per prendere un volo che, finalmente, parte e arriva puntuale. Il tempo di un bus che percorre un autostrada in cui i primi luoghi che vedi sono due distributori Agip.

Il tempo per verificare che le ipotesi fatte circa la posizione dell'ostello erano reali. Sembrava di esserci già stati, in Carrer de la Disputaciò. Eppure l'avevo solo osservato da Street View. E pur non essendoci alcuna insegna, avevo perfettamente idenfiticato il portone. Ne ho avuto la conferma solo in quel posto, leggendo la targhetta sul citofono. Quella, da Street View, ancora non si può vedere. C'è il tempo per decidere di andare a dormire e alzarsi presto.

Iniziando una camminata che, partendo da Plaça Catalunya, andrà a finire sulla Rambla, al Port Vell e sulla spiaggia, non senza deviazioni. Volevo perdermi, e il quartiere gotico è il luogo giusto per farlo. d'altra parte le strade che vanno troppo dritte, i reticolati quadrati e prevedibili non mi sono mai piaciuti. Molto meglio vie strette, meglio ancora se ti chiedi, di volta in volta, dove ti porteranno. Ma Barcellona non è la città ideale per perdersi a lungo, per quello è Roma ad essere imbattibile. E così, camminando a lungo arrivo al Parc de Ciutadella, e poi torno sulla Rambla e assaggio la paella per la prima volta.

E intanto, tra le varie attrazioni sulla Rambla (pittori, disegnatori, uomini e donne in maschera e/o dipinti, fiorai) un banchetto che vende magliete con la bandiera della catalogna, bandiere di gemellaggio con i paesi baschi. Mi chiedo: la Catalogna, ai tempi della guerra civile spagnola, non è stata un avamposto repubblicano? Sbaglio o George Orwell è stato in questi luoghi per supportarli?

Termino il mio pranzo con la più classica crema catalana, e dedico il pomeriggio a Gaudì. A Passeig de Gracia, a metà strada tra la casa Battlò e "la pedrera", un musicista di strada suona del blues, è bravo e coinvolgente. Arrivo alla Sagrada Familia e all'Hospital de San Pau dove Gaudì ha voluto mettere la sua firma, quasi in ogni mattonella. Un'intera cittadella concepita secondo la visione un po' folle e un po' geniale del famoso architetto. Poi, mi hanno detto che visitare Parc Guell, da solo, vale l'intero viaggio a Barcellona. Arrivo e la parte frontale è piena di turisti, perciò passerò dove è più tranquillo, non senza aver notato i suonatori improvvisati e un musicista che, sotto un colonnato, arpeggia con il liuto. Per certi versi, mi sembra di stare in mezzo a Temple Bar, a Dublino.

Così si svolge la giornata, camminando e fruendo delle metropolitane che invidio, perché portano dappertutto. Ma l'illusione del viaggio e dell'andirivieni solitario e confuso non poteva bastare. Così si fa avanti un'altra illusione, la sera del mio arrivo. Comincia osservando una copertina familiare. E' l'edizione olandese de "la solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano. Finisce con quattro chiacchiere scambiate quella sera, una colazione fatta assieme il giorno della mia partenza ed un caffè preso di fretta prima di prendere il bus per il ritorno.

Anche questa, come Barcellona, si dissolve nello spazio di un mattino, e non rimane neanche una fotografia, come quella che commemora George Orwell nella targa di una piazza, o il bluesman in Passeig de Gracia. Rimangono una flebile possibilità di contatto,la solitudine dei numeri primi, e le scritte, sui muri e nei bagni: Catalunya no es Espana

sabato, ottobre 04, 2008

Un dubbio che rimane (8)

La sera, prima della cena, accompagno Jennifer a ordinare la pizza. Mentre camminiamo sotto la classica pioggerella irlandese un automobile tampona un motociclista che trasporta proprio le pizze per il negozio dove ci stiamo recando. Mi accorgo dell'incidente solo quanto il motociclista è già a terra. Io e Jennifer ci fermiamo per capire se servono soccorsi, qualcuno è arrivato prima di noi e sta chiamando l'ambulanza. Io, a dir la verità, mi sento un po' in imbarazzo perché non saprei esattamente cosa fare per aiutare il malcapitato, e poi, come dicevo, c'è già chi ha chiamato l'ambulanza. Tuttavia Jennifer rimane ferma qualche minuto per capire: più tardi vengo a sapere che lei fa la fisioterapista. La serata passa così, tra una chiacchiera e l'altra e con Jennifer un po' scioccata dall'incidente.

Quella cena mi dà l'occasione di conversare un po' con i miei compagni di viaggio, di conoscerne altri, alcuni che sono già lì e altri appena arrivati. In questa atmosfera mi sento a mio agio, anche il signore anziano mi sembra molto simpatico. Il giorno successivo faccio colazione con un'altra ospite dell'Arnie's, un'australiana di nome Sonia, un altro tipo sveglio. Anche in quel caso si conversa amabilmente; in più Sonia è in grado di parlare e capire l'italiano, viaggia molto; la nostra conversazione si svolge in inglese, lingua a cui la ragazza è più avvezza. Finita la colazione ognuno va per la sua strada, lei prenderà un bus per la Giant's Causeway un'attrazione naturalistica della costa nordirlandese; io, invece, mi limiterò ad una passeggiata senza mappa, magari nei pressi delle rive del Lagan. Mi piace passeggiare sui lungofiume.
Ripongo la mia macchina fotografica: ho scattato 250 foto circa e, in più, le batterie si stanno scaricando. Passeggio in una zona che non ho battuto e senza mappa. In primo luogo attraverso un piccolo quartiere unionista, in cui i murali celebrano la regina d'inghilterra, ma non ho visto la figura di un solo uomo in mitra. Poco distante c'è un quartere repubblicano, con un cartello pubblicitario scritto prima in gaelico e poi in inglese. Pubblicizza una scuola tradizionale, è l'unico caso, nel Regno Unito, in cui ho visto il nome della città scritto in gaelico: Beal Féairste.

Brevemente arrivo a costeggiare il Lagan, passando per il gazometro, un residuo di archeologia industriale segnalato da un pannello turistico. Il Laganside che ho percorso è davvero un bel posto. Aperto solo al transito dei pedoni o dei ciclisti, paragonabile, forse, alla pista ciclabile sul Tevere, ma più pulito, tenuto meglio; più ricco di vegetazione. La passeggiata è lunga, tanto che ad un certo punto mi rendo conto di essermi perso. Belfast è una città in cui orientarsi non è difficile: mi basta tirare fuori la mappa una volta per tornare sulla strada giusta, anche se farò il giro di Donegall Square, dove si trova la City Hall.

Dopo una breve pausa, torno in ostello e ritiro i miei bagagli, è tempo di partire per tornare a Roma. All'Europa Bus Center trovo l'Airport Express 300 già pronto in banchina. Arrivo con discreto anticipo al Belfast International Airport, ma c'è una fila inattesa. Comincio a temere di non essere in tempo, e poi non ho ancora pranzato. Giusto il tempo di passare davanti al banco del check-in e ritirare la carta di imbarco, e sullo schermo appare una scritta delayed a fianco del mio volo. Partenza ritardata di un'ora. Nonostante questo devo ancora mangiare, passare il varco della sicurezza, perciò non mi sento rassicurato. Faccio tutto di fretta, come se non avessi saputo del ritardo. Tutto sommato non mi pento di questa scelta: mi consentirà di rilassarmi più tardi, e vedere, dal cancello di partenza, un aereo che frena e spegne i motori con il muso di fronte al vetro in cui guardo.

La partenza, alla fine è alle 16.30. Tra un banco di nuvole e uno squarcio di cielo sereno riesco a vedere qualche paesaggio e, finalmente, vedo la cima innevata delle Alpi. E poi vedo sorgere la luna e il tramonto dua una nuova prospettiva, da sopra le nuvole. Siamo in prossimità di Roma e si capisce che pochi minuti prima c'è stato un'acquazzone pesante. L'aereo scende di quota e attraversa una coltre di nuvole piuttosto spessa, vibrando per la turbolenza appena passata. Quando si atterra non piove più ma si vede chiaramente quello che è successo nei minuti precedenti la fase di atterraggio.

E così, si ritorna alle consuetudini, alle cose note, alla vita di tutti i giorni: Al ritorno, porto con me esperienze, ricordi, ma forse, e soprattutto, un dubbio che rimane per la città da cui sono partito, l'ambiguità della voglia di vivere portandosi appresso il pesante fardello della storia, senza volerlo né poterlo rinnegare o nascondere.

venerdì, ottobre 03, 2008

Un dubbio che rimane (7)

Domenica 14 settembre è un giorno particolare. Intanto perché, in inglese, è il giorno del sole (Sunday), ma il sole si vede solo a squarci, è la classica giornata irlandese. E poi perché proprio di domenica mi aspetta un tour nella parte più dura di Belfast, in particolare il quartiere di Shankill Road. E' un giorno segnato dalla musica che ho in testa. Vero le 10.00 di mattina salgo sul bus turistico, prime tappe centrali: il Cathedral quarter, la Custom House, l'Albert Clock. Si prosegue poi sulle rive del Lagan, e con passaggio nel Titanic quarter, un cantiere a cielo aperto al cui centro ci sono i cantieri navali H & W che costruirono il transatlantico famoso per il suo tragico viaggio inaugurale. Trovo buffo che qui ci siano manifesti orgogliosi di aver fabbricato quell'imbarcazione. Titanic: made in Belfast. La guida fa un paio di battute sul fatto che, nonostante l'impegno profuso nella progettazione e nella costruzione, l'imbarcazione sia affondata. Purtroppo la mia conoscenza dell'inglese è tale che non riesco a colgiere cosa dica la guida, capisco che si tratta di una battuta dall'espressione del volto della guida e dalla reazione di altri turisti. Il quartiere, dicevo, è un pullulare di cantieri edilizi in vista del 2012, anno in cui ricorre il centenario. In quell'occasione, ovviamente, con quelle bandiere e quei manifesti Titanic 2012 o Titanic: made in Belfast mi veniva in mente un vecchio De Gregori: la prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento...

La tappa successiva è il castello di Stormont, poco fuori dal centro abitato, attuale sede del parlamento nordirlandese. La strtada passa davanti al porto di Belfast e anche al secondo aeroporto, il George Best Belfast City Airport. Sembra uno scalo di provincia, e si vede che è di recente costruzione. Da una prima occhiata, sono i voli low-cost che fanno scalo qui. In breve si arriva a Stormont. Il castello è posto in una sorta di collinetta, in mezzo ad un parco, davvero un bel posto. Tra l'autista del bus e la guardia all'entrata del parco c'è uno scambio di battute. Mi piacerebbe scendere qui ma poi dovrei aspettare il bus successivo, e, sapendo che ne passano fino alle 14.00, scelgo di rimanere seduto e tornare al centro.

Si passa rapidamente al Laganside, con il S. George's market, di epoca vittoriana. In una fermata noto di sfuggita il murale di Donegall Street che tornerò a fotografare. Intanto, già dal castello di Stormont la colonna sonora che ronza nel cervello è cambiata: Sunday, bloody sunday degli U2. Ci si avvicina alla parte dura della città. La guida e il conducente del bus si scambiano battute, mi sembra di capire che il secondo parli (ironicamente) come se non avesse voglia di accedere al quartiere unionista. Decido di scendere proprio lì.

La zona è desolata, è pieno giorno. Ci sono decine e decine di bandierine del Regno Unito che attraversano la strada stese su fili, e molti murales raffigurano uomini in passamontagna armati di mitra. Si vede spesso anche la bandiera dell'Ulster con la mano rossa, e nei murales questo simbolo è spesso accompagnato dalla sigla UVF, Ulster Volunteer Force. Nei murales si ricordano il reggimento caduto in battaglia nel corso della prima guerra mondiale, oppure si omaggia la regina madre, o il regno unito. L'aria che si respira è molto tesa, ci si sente come se ci si volesse difendere da qualcuno. C'è un parco che commemora i caduti dell'Uvf, e poi c'è un murale agghiacciante, che ritrae un bambino ferito, con una scritta che lascia intendere che i genitori sono stati uccisi da una bomba o da un attentato repubblicano. Passeggio un po' per la strada e osservo, ma in giro non c'è quasi nessuno e mi sento un po' a disagio. Decido di aspettare il bus successivo e tornare verso il centro anche per mangiare. Nel tragitto passiamo per la peace line, il muro che separa le due comunità. Anche in questa parte ci sono murali. Passiamo anche per Falls Road, il quartiere repubblicano e si vede subito. In primis appaiono le scritte anche in gaelico, in alcuni casi viene utilizzata solo questa lingua. Su un edificio campeggia la bandiera della Repubblica. Sembra quasi di aver passato di nuovo il confine.

In breve si torna al centro. Dopo la pausa pranzo, mi reco a piedi a Falls Road. Forse mi sono sentito rassicurato dai murales anti- Bush, o dal sorriso di Bobby Sands dipinto dul muro della sede dello Sinn Féin, perciò torno a piedi e fotografo ancora. Anche qui c'è un parco commemorativo dei caduti repubblicani, ma si respira un'aria un po' diversa. Non ho visto un solo murale contro l'Uvf, mentre a Shankill c'era qualche segnale anti-repubblicano e anti- IRA. Poi, certo, la situazione reale, lo si capisce, dev'essere molto più complessa di quella che si vede dai murali. Però ci sarà un motivo per cui ho percepito un'aria più distesa tra Springfield Road e Falls Road, che non a Shankill Road e dintorni.

Una volta finito il tour, passeggiando, torno alla City Hall con la sua ruota panoramica e mi rendo conto di quanto questa città sia ambigua, ma non è ipocrita, perché non vuole né può nascondere la propria storia (per molti versi difficile), semmai cerca di conviverci con il massimo di leggerezza ed ironia possibile. La mia visita in Irlanda volge alla fine. Di sera torno in ostello, converso amabilmente con Jennifer, decido di cenare con lei e le altre ragazze. Suono un po' la chitarra, e dentro di me comincia a risuonare l'eco di quelle parole che mi avevano accompagnato a Fiumicino: ma cos'è questo strano rumore di piazza lontana? Sarà, forse, tenerezza o un dubbio che rimane? e comincio a pensare che Belfast mi lascia proprio questa sensazione, quella del dubbio che rimane.... Chissà, forse c'è anche un po' di malinconia nel sapere che il giorno successivo si parte per tornare a Roma e alle consuetudini.

martedì, settembre 30, 2008

Un dubbio che rimane (6)

La sera prima di partire controllo l'itinerario che mi porterà dall'Europa Bus Center all'ostello. La mattina mi alzo presto e riesco a prepararmi la colazione con ciò che trovo nella cucina dell'Isaacs Hostel di Dublino. Giusto il tempo per conversare con una coppia Canadese e ricordarsi che pompelmo, in inglese, si dice grapefruit che io ricordavo fosse l'uva (grape). Dopo un breve relax prendo il bus per Belfast. Il viaggio dura un paio d'ore. Ci si accorge del passagio del confine tra Repubblica e Regno Unito: cambia il sistema di misurazione (le distanze sono indicate in yards e non in metri), sparisce la doppia denominazione delle destinazioni, in inglese e in gaelico. Nei cartelli in Eire sotto la scritta Belfast c'è sempre Beal Féairste, la dicitura in gaelico. Si entra nel Regno Unito e questa scritta non si vede più. In compenso appaiono i cartelloni pubblicitari delle chiese presbiteriane (che ci sono anche in Eire, ma non espongono cartelli all'esterno).

La prima città che incontriamo nel viaggio è Newry, presso cui il bus fa una fermata abbastanza rapida. Sembra un posto gradevole. Arrivo a Belfast verso l'ora di pranzo. Il tempo per posare il bagaglio al mio ostello, saldare il conto (dopo aver cambiato valuta, €100 per £73.10), mangiare e fare una prima passeggiata. Un concentrato di sensazioni in poche righe e in poco tempo. Primo: è il primo giorno, da quando sono in Irlanda, che non cade una goccia di pioggia. Sono partito col sole e anche a Belfast mi accoglie il sole e un tepore che mi ricorda Roma (complice l'orario). Secondo: Arnie's Backpackers, l'ostello che mi ospita, è praticamente un appartamento: mi danno una chiave che apre non la stanza, ma la porta principale dello stabile. In una stanza comunitaria ci sono un televisore con un lettore dvd, un vecchio pianoforte e, in un angolo, una chitarra classica che più tardi accorderò. Terzo: l'impatto con Belfast è il migliore in assoluto.

Trovo un posto per mangiare e mangio molto bene per un prezzo contenuto, in un locale in cui passa musica jazz; le mie prime passeggiate mi portano al quartiere universitario e all'orto botanico, luoghi vicini al mio ostello, ma molto belli da visitare. Tra l'altro la struttura urbanistica mi sembra molto semplice, riesco ad orientarmi bene.

Tra una cosa e l'altra mi organizzo per prendere il bus turistico (il giorno successivo) che mi porterà ai quartieri duri di Belfast. La sera salgo nella mia stanza e scopro che i miei due compagni sono una ragazza (di cui scoprirò il nome il giorno successivo, Jennifer), e un signore anziano. La prima notte passa tutto sommato tranquilla, se non fosse per il fatto che il signore si alza dal letto due o tre volte e che io per un'oretta ero in dormiveglia con la luce accesa e Jennifer che leggeva.

domenica, settembre 28, 2008

Un dubbio che rimane (5)

Questo racconto sta diventando più lungo di quello che pensassi, ma proseguiamo. Dopo l'impatto brusco, mi adatto al clima vivace e caotico di Dublino, che comincio ad apprezzare. L'immagine che rimane di questa città, è, però, quella di una capitale condizionata in tutto e per tutto dal turismo di massa. La stanza dove dormo in ostello, composta da sei letti, ospita ben quattro italiani (me compreso) e un marsigliese.

La cosa buffa accade la prima sera, dopo il mio rientro in stanza per coricarmi. Avevo già tolto i miei occhiali ed ero in una fase di veglia rilassata, quella che precede il sonno per intenderci. Entrano due ragazzi e una ragazza e salutano con il più classico degli "Hi". Mi presento: "Hi, I'm David". Ho anglicizzato il mio nome (anche nella pronuncia) perché penso che per uno straniero sia più facile pronunciare "David" che non "Davide". Loro, invece, si presentano in italiano: "Hi, I'm Andrea, she's my sister, Claudia, and he's my cousin". Beh, la prima cosa che mi viene in mente è chiedergli, in inglese, siete italiani? Loro rispondono sì. A quel punto, per gioco, faccio finta di non essere italiano anche io, e per quella sera parlo loro solo in inglese ("is there something troubling?"). Tutto sommato sono andato all'estero anche per incontrare e parlare con persone straniere, perciò incontrare altri italiani smonta un po' questa idea. La mattina dopo decido che il gioco deve finire. Saluto la ragazza con un bel "buongiorno", quanto basta per farle capire che lingua parlo. E invece, la risposta è educata ("buongiorno") ma dopo c'è il silenzio. Aspetto un po' e poi rivelo il gioco.

Dublino ha diverse cose interessanti, il S.Stephen's Green, la Christ Church Cathedral, il Writers' museum... senza contare la vivacità del quartiere di Temple Bar, dove si trova sempre un musicista di strada. La musica è coltivata molto bene in Irlanda, e Dublino è capitale anche in questo. Se, girando per Cork, avevo trovato due bei negozi di strumenti musicali, a Dublino ne trovo uno a dir poco splendido, enorme. Figurarsi che in vetrina espone arpe celtiche (e questo uno poteva aspettarselo) ma anche un contrabbasso, una batteria... Quando in genere i nostri negozi di musica espongono chitarre, tastiere, strumenti un po' più 'tradizionali'. Il negozio è veramente immenso ed ha una varietà di strumenti (compresi pianoforti a coda) immensa. E' praticamente impossibile che io esca da un negozio di quel genere senza aver comprato nulla. Infatti, ne esco con un Irish tin whistle (un flauto tradizionale irlandese) da regalare a mio cognato, e una armonica a bocca in do con un libello per imparare e le prime partiture.

Se non fosse "rovinata" dal turismo esasperato, che rende i prezzi alti e la città frenetica in un modo che non mi aspettavo, Dublino sarebbe una degna capitale europea, il cui unico vero handicap è quello dei trasporti pubblici, con due linee LUAS che neanche s'incontrano. Certo, ci sono gli autobus, ma il caos è veramente ai livelli di Roma, con l'aggravante che Dublino è molto più piccola, e, tutto sommato (se non si è stanchi) percorribile bene a piedi e in bicicletta (le piste ciclabili sono ovunque, e c'è anche una segnaletica adeguata, con semafori appositi. Infatti c'è anche un buon traffico ciclistico).

Alla fine della mia permanenza, se dovessi scegliere una canzone per rappresentare Dublino, sarebbe Sultans of swing dei Dire Straits, mentre per Cork avrei più difficoltà a scegliere una canzone - simbolo... Forse potrebbe essere Just my imagination dei Cranberries.

sabato, settembre 27, 2008

Un dubbio che rimane (4)

Cork mi è piaciuta molto, anche se ho avuto problemi di orientamento nel percorrere a piedi le strade. Le mappe che avevo non riportavano i nomi di tutte le strade, perciò almeno una volta al giorno facevo un tragitto lunghissimo per arrivare in un posto vicino. Sarà anche per questo che non sono riuscito a vedere la Red Tower, e non ho avuto occasione di assaggiare almeno la Murphy's o la Beamish.

Julien, il mio compagno di stanza belga, è gentile e socievole. Una sera mi fa usare il suo portatile per telefonare - con la mia utenza Skype - a mia sorella. Inoltre, il 10 settembre entrambi dobbiamo andare a Dublino, perciò ci mettiamo d'accordo. Ci diamo un appuntamento e prenderemo il bus insieme. Ho ancora il suo numero telefonico in rubrica, magari gli manderò un sms di saluto. La mattina del 10 settembre esco per una breve passeggiata. Subito dopo torno all'ostello e, presi tutti i bagagli, io e Julien andiamo a Parnell Place a prendere il bus delle 10.

Per fortuna abbiamo deciso di partire a quell'ora e non più tardi. Il viaggio verso Dublino è lungo. Verso le 12/12.30 ci sarà una sosta presso un'area di servizio, per mangiare, sgranchirsi un po' le gambe, e soddisfare altre necessità. Arriviamo a Dublino, Busàras verso le 14.40. Sapendo che fra qualche giorno mi aspetta Belfast, ne approfitto per prendere un volantino con la tabella degli orari per quella destinazione. Con Julien ci salutiamo cordialmente, see you later, ma di fatto ognuno andrà per la sua strada.

Il mio ostello è a due passi dalla stazione dei bus, mentre Julien dovrà prendere la LUAS o camminare un po'. Dublino si rivela subito nella sua caoticità estrema di città turistica. L'ostello pullula di persone, molti usano i pc portatili sfruttando la connessione wi-fi gratuita, io resto in attesa di poter fare il check-in per poter posare il mio borsone in una stanza e ripartire. Intanto la radio passa musica rock, ma ad un certo punto riconosco l'inconfondibile voce di Carmen Consoli che canta di na persona che biascica un malinconico Modugno.

Posato il mio bagaglio esco e vado subito al Dublin Tourism Centre in Suffolk street. Prima sorpresa: la ragazza allo sportello mi dice subito "sei italiano?". Chissà da dove avrà capito la mia provenienza. Secondo: l'ufficio turistico di Dublino è un bell'edificio, è una vecchia chiesa; anche lo spazio all'interno è grande, e non manca un negozio di souvenir, naturalmente. Poco distante dal centro turistico dove ritiro il mio Dublin Pass, c'è il Trinity College. Devo dire che non mi entusiasma. Sarà per il fatto che ho visto il College di Cork ed è tutta un'altra cosa: su una collinetta, edifici che sembrano case che spuntano tra alberi e parchetti... Per fare un paragone con Roma sembrava quasi di passeggiare a Villa Pamphili e, ogni tanto, trovare edifici o piazzette dove ci si si può incontrare, luoghi dove si può studiare in solitudine o in compagnia...

Il Trinity College ha una struttura diversa. Gli edifici non sono molto alti, ma il disegno architettonico mi ricorda quello razionalista che caratterizza la Città Universitaria di Roma. L'impianto è sicuramente più sobrio e meno retorico, però quella struttura risulta "quadrata", e meno piacevole di quella vista a Cork.

La mia prima (mezza) giornata a Dublino la passo a maledire la città: mi accoglie il caos su O'Connell street, il via vai frenetico delle persone, i semafori pedonali che non scattano mai, il suono delle ambulanze (ne ho sentita almeno una al giorno) e, come se non bastasse, dalla mia stanza si sente chiaro il rumore della DART, il cui ponte ferroviario passa proprio sopra le nostre teste.